BIOGRAFIA
UNA BREVE
STORIA
PIENA DI VITA
FOTO
Fabio Giampietro è artista contemporaneo in senso assoluto. Il suo tempo è oggi, senza un passato da cui proiettare il nuovo pensiero, senza un' origine in cui collocare le radici dell'essere umano. Molto giovane descrive sulle tele allucinazioni umane e contesti paradossali. I colori con ridondante parola ripropongono l'antinomia. Poi matura nuove visioni, senza mutare il pensiero e la tecnica. Sottrazione di olio su tela, ovvero scultura attraverso il colore che l'artista asporta per far affiorare l'immagine di un uomo solo perso nella moltitudine di megalopoli e grattacieli che sfiorano il divino senza cercarlo. Fabio Giampietro guarda, senza filtri o panacee. Soltanto quello sguardo che è il primo abbraccio dell'uomo al mondo. In uno sguardo si celebra l'incontro tra l'inerte materia oggettuale e lo slancio carico di intenzioni del gesto umano. L'immagine, che come la tela assorbe quegli impulsi tra loro lontani, li addensa in giochi di luce, colori e figure. Tracce casuali appoggiate su di una lastra fotosensibile diventano racconto e memoria, vaso senza fondo ogni volta pronto a rievocare un ricordo, un sapore, un pensiero. Le immagini archetipe da cui l'arte di Fabio Giampietro si mette in cammino sono grandi ruote nel cielo: Coney Island, con le sue architetture sperimentali e vertiginose e le luci di un immenso, onirico Wonder Why.
Le impalcature che reggono le giostre del luna park americano si trasformano presto nelle mura imponenti dei grattacieli affastellati di New York. Il luogo è ancora la terra dell'american dream, eppure queste tracce prospettiche bidimensionali nel
reggere le pesanti vene in cemento che corrono verso il cielo, hanno l'inconsistenza della materia dei sogni. Le armature urbane di giostre e grattacieli si rivelano per l'inganno che sono, ombre di mostri contemporanei proiettate su tela da una mano sapiente. Come i pigmenti che la retina suggerisce al cervello, così le tracce di olio ingannano anziché rivelare, fingendosi per ciò di cui sono soltanto una traccia sbiadita. La resistenza della realtà, lo spessore del corpo, scivolano dalle mani non appena si cerca di catturarle, lasciando nient'altro che ricordi a colori.
L'opera di Fabio Giampietro scandaglia lo spazio ed entra in quel luogo sospeso tra le maglie del tempo dove la realtà, il suo riflesso e la luce che lo anima si fondono andando a formare una nuova dimensione in cui prende vita l'arte. Dal suo osservatorio nel cielo, Giampietro si getta tra le arterie del pianeta uomo e le sintetizza in un teatro inciso su tela sul cui palcoscenico prendono forma i tragitti di personaggi invisibili. Nelle città, lungo le strade che Giampietro scolpisce sul quadro, regna il silenzio che avvolge il sogno. Deserto urbano disabitato, urlo di assenza che plasma una grande figura umana non percepita dall'occhio ma di cui trasuda ogni atomo di cemento. La vita che l'artista non ha dipinto si staglia sulle pareti di ogni palazzo poiché è la materia di cui sono fatti. Così, quel soffocante senso di claustrofobia che paradossalmente prende l'osservatore di queste architetture infilzate nel cielo, si spiega prendendo coscienza della prigione in cui sono rinchiusi i respiri
dell'uomo, soffocati dentro ossa di calcestruzzo. Le opere dell'ultima serie dipinte da Giampietro introducono infine l'elemento mancante, il tassello che riempie l'ultimo antro: dietro ai palazzi, prima della soglia in cui l'immagine si fonde con la realtà, sta la sorgente della luce e insieme l'occhio che la registra. Gli interni che l'artista ci mostra, serializzazioni di un unico dove, sono il punto zero di quel mondo, regno di una interiorità spazializzata come finestra su una città che è sempre altra da sé. Dotato del potere dell'ubiquità, in un tempio dove le distanze di luoghi e tempi perdono ogni significato, l'interno del palazzo è la traccia lasciata sulla fotografia dallo sguardo di un occhio. Oltre, si entra nella terra dell'uomo contemporaneo, in cui l'oggetto e la sua rappresentazione sono le facce di una stessa medaglia. Suggestioni cinematografiche, letterarie, iconiche, flashback mnemonici, le sagome di Parigi e Milano, di Shangai e New York, scontri di input organicamente diversi sono in realtà le vie nella quali cammina oggi l'essere umano. Virtualità, fuga postmoderna, culturalizzazione della percezione, sono parole scivolose che tentano di descrivere quello che le tele di Fabio Giampietro mostrano con una evidenza che spiazza l'osservatore. Cadendo dai palazzi che popolano le opere dell'artista, ci si tuffa in un pericoloso buco nero oltre il quale ci siamo noi stessi che camminiamo su un sentiero grigio ocra, perdutamente soli.

M. Zappile