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03.10.2016
Spectacular virtual city painting crashes forth at Lumen Prize

A sweeping cityscape has been painted in glorious expressive strokes.

Now imagine that coming to life, in a new virtual world.

That’s exactly what Italian artists Fabio Giampietro and Alessio De Vecchi have done in their VR masterpiece Hyperplanes of Simultaneity.

Hyperplanes of Simultaneity uses virtual reality to completely remove the distance between viewer and painting, creating a new imposing and physical-feeling world.

“Using a VR headset to view a painting, for example, is a first for Lumen – and perhaps for any art prize,” said Carla Rapoport, Director and Founder of The Lumen Prize of the work.

Other Lumen Prize honourees include a year-long Augmented Reality portrait project, 50 algorithmically grown plants and a pioneering take on Google Street view.

They’re the best of the best of digital art pieces from around the world.



15.07.2016
Megalopoli – fondazione pitti discovery

di Fulvio Ravagnani



15.07.2016
ART-CHITECTURE – Fabio Giampietro vous emmène en haut des gratte-ciel, en immersion 3D !

di Audrey Gouband



15.07.2016
La pittura nell’era digitale da Rembrandt a Fabio Giampietro

di



15.07.2016
hyperplanes of Simultaneity – VOGUE.it

Art and Virtual Reality come together in the interactive event of Fabio Giampietro at Palazzo Reale



15.07.2016
un viaggio nella realtà virtuale di Fabio Giampietro – URBAN POST

al Palazzo Reale la tecnologia incontra l’arte:



15.07.2016
A tu per tu con Fabio Giampietro – Il Giornale

di Emanuele Beluffi

Se avete letto Le città invisibili di Italo Calvino avete già un’idea dell’universo immaginifico dell’artista milanese Fabio Giampietro (classe ’74)



15.07.2016
Fabio Giampietro e la Mostra Hyper planes of simultaneity – ELLE-it
15.07.2016
le metropoli interattive di Fabio Giampietro – la repubblica
15.05.2016
Quando la pittura tradizionale incontra le nuove tecnologie l’effetto è sorprendente
15.07.2016
L’ebbrezza della Simultaneità – expoarte

di Luisa Castellini



15.07.2016
E lo spettatore entra nel quadro – il giorno


01.07.2015
zittizitti

Dopo Sergio Padovani tocca ora a Fabio Giampietro che, ultimamente e in più occasioni, è uscito dal quadro. Non si parla, talvolta, quando ci si riferisce a una particolare prestazione pittorica, dell’uscire dai limiti del quadro? Alla fine, però, si resta sempre lì, dentro il quadro. L’uscire da esso è un’iperbole letteraria elegante per erigere un paravento d’eccellenza, anche se magari non ve n’è il bisogno perché essa già eccelle, di una tal opera pittorica anticonformista.

Fabio Giampietro ne è uscito anche e soprattutto fisicamente, dal quadro, ma non come il grandissimo Fontana, che col taglio te lo trovavi al di là del tempo: Giampietro, invece, se ne sta buono buono e ri-colloca te, osservatore, nello spazio. Ne riparleremo. Intanto, godetevi la sua favella, in risposta alle domande di Daniel Farson a.k.a. Emanuele Beluffi.



18.06.2014
La metropoli metamorfica, chi è Fabio Giampietro?

di Martina Mastropierro



18.06.2014
METAMORFOSI, dentro le tele di Fabio Giampietro
05.02.2014
Fabio Giampietro, The Italian artist trasmogrifyng reality

by Laura Havlin



14.11.2013
Fabio in the House of Peroni

by Laura Havlin

 

Meet the Italian artist painting a new reality with his graphic cityscapes

Depicting sprawling greyscale metropolises, the adrenaline-fuelled cityscapes in the Vertigo series by Italian painter Fabio Giampietro depict a dystopian dimension where concrete and glass structures have prevailed. Painting with such vivacity as to make the structures look positively alive, Giampietro admits he sees the city as a sentient being. ‘I see the city like a huge breathing animal,’ he says. ‘I can see the skin, the veins and the cells of it. Sharing my visions can open new perspective and awareness of urban life. I’m obsessed with the city. The volumes of steel, concrete and glass have always had a strong evocative attraction power to me’

Fabio Giampietro is one of the rising stars of contemporary Italian painting. He was born in 1974 in Milan, Italy where he still lives and works. Through his unique technique – he paints subtracting the colour from the canvas – he expresses a powerful and intense figurative painting. He has exhibited in
Rome, Milan, Bologna, Padua, Berlin, Paris, Istanbul, Shanghai and Venice. ‘I started working with oil paintings more than 15 years ago and I’m still faithful to this technique,’ explains Giampietro. ‘Since my early years I wanted to represent what I saw around me including my friends and places looking for fresh and unconventional ways to use oils on canvas. My research is leading me to look at new technologies as a source of inspiration. I’m interested in 3D printing, sensors and augmented reality to make interactive installations, these all come from visions I had while painting.’

Giampietro’s ‘obsession’ with cities manifests in meticulously detailed studies that verge on videogame-like super-reality – a nightmarish vision of how cities might look should the buildings take over and squeeze out all signs of natural life-forms. As such, the cities seem to have a malevolent character of their own. ‘I have always tried to free my paintings from the burden of the traditional cityscape, shifting towards the realm of dream, of metamorphosis and sometimes of nightmare, escaping any realistic or figurative concern and walking on the edge with abstraction,’ he says.

‘For me, painting is like mapping a new territory that displaces commonplaces and acquired certitudes,’ he says, adding, ‘Levi Strauss said, ‘I expect art to make me escape from the society of men and to introduce me into another society’. In this way, the places I paint become psychological landscapes, organic metaphors and body parts, super connectors of experiences, vectors of urbanized hallucinations and of all the possible crossways left to the inhabitants of the present world.’

 

 



06.11.2013
A VERTIGEM DE FABIO GIAMPIETRO
06.09.2013
Metametropoli: sogno o incubo? di Gianluca Ranzi

 

                Gruppi di torri cantano le idee del popolo.

                                                                                  Da castelli costruiti in osso esce la musica ignota.

                  Girano tutte le leggende e gli alci si scagliano nei borghi.

                  Arthur Rimbaud (Illuminations XVII : Villes)

I volumi di acciaio, cemento e vetro acquistano nell’opera di Fabio Giampietro una consistenza organica, sembrano gabbie toraciche che si dilatano nell’atto del respiro e ricordano la leggenda biblica di Jona e del ventre della balena; per questo posseggono una fortissima qualità evocativa, come se lo sguardo piombasse non solo nel ventre della metropoli ma tra i fasci di nervi, gli snodi arteriosi e le cellule di un organismo umano. Le gamme cromatiche, solo apparentemente fredde,  sono giocate su una raffinatissima gamma di sfumature tonali dal nero a una miriade di grigi, spesso improvvisamente ravvivate da uno squarcio di luce bianca per sottolineare una prospettiva che si sfalda rivelando il cielo o una linea d’orizzonte incurvato che si estende a perdita d’occhio su un paesaggio vertiginoso al sapore della mescalina. Giampietro fa così risuonare ancora una volta l’urlo di Allen Ginsberg, quello di una metropoli affondata in una “luce sottomarina”, coi “treni in corsa interminabile dal Battery al Bronx” e gli “hipsters-testa d’angelo che mostrano il cervello al cielo oltre la sopraelevata”, proprio come avviene nella tela dell’artista milanese intitolata Fuga di cervelli.

Queste opere posseggono una qualità emotiva profonda che è capace di liberarsi dalle strettoie della veduta urbana tout court e dagli stili che le appartengono per camminare borderline con il sogno, la meta-metromorfosi, la vertigine e talvolta l’incubo. Pur muovendo spesso da episodi architettonici reali, esse riescono in questo modo a trasfigurare la realtà per conferire alle immagini un’atmosfera sospesa e onirica che contiene dentro di sé una pluralità di riferimenti alti e bassi e che richiama tanto le atmosfere noir di Sin City, il film del 2005 diretto da Robert Rodríguez, Frank Miller e Quentin Tarantino, quanto il simbolismo orfico di alcune invenzioni di Odilon Redon, la paradossalità percettiva di M. C. Escher e i vortici di certe prospettive “extra-terrestri” dell’Aeropittura futurista di Tullio Crali e Gerardo Dottori.

In questo modo ogni quadro diviene una visione unica e particolare che si colloca con diverse gradazioni in uno spettro che va dalla verosimiglianza topografica dei luoghi fino all’estremo opposto dell’assurdo, del chimerico, dell’onirico, del parascientifico. Lungo questo asse si dispongono le opere dell’artista, assecondando, alcune più e altre meno, questi aspetti e queste tonalità psicologiche e facendosi serbatoio di un’energia culturale che ingloba dentro di sé cifra astratta e potenzialità figurativa, piacere della creazione libera e rigore spirituale della forma, spontaneità e progetto.

Per Giampietro questo significa aver sdoppiato, triplicato e moltiplicato i suoi punti di fuga, spaziali e mentali, in una nuova mappatura psicologica dove i riferimenti non appaiono più convergenti, ma sempre felicemente alla deriva, pronti a spiazzare ogni certezza o consuetudine acquisita.

Alcuni espedienti compositivi regolano questa pratica pittorica, spesso convivendo in uno stesso quadro.

1)     L’autoreferenzialità compare attraverso allusioni alla pittura dentro la pittura e al mestiere dell’artista, come avviene nella recente serie delle città-24h;

2)     i processi ricorsivi, quali l’effetto Droste, sono collegati a particolari rotazioni del piano e mostrano più prospettive contemporaneamente presupponendo un osservatore sdoppiato e bivalente insieme ad una successione potenzialmente infinita;

3)     le relazioni di dislocazione topologia, ad esempio una superficie bidimensionale estesa in uno spazio tridimensionale come un Nastro di Möbius, ci mostrano uno spazio eterogeneo e aperto all’imprevedibile dove i luoghi reali vengono al contempo rappresentati, contestati e sovvertiti. Un esempio è dato dall’opera Metromorphosys (Oriente-Occidente), dove compare anche il tema dell’infinito (sia filosofico che matematico) associato a proliferazioni frattali dove un motivo ripetitivo (il blocco architettonico) si espande nell’infinitamente piccolo;

4)     le tassellature degli spazi bi e tridimensionali, impieganti “tessere” ripetute con tutte le possibili variazioni architettoniche contribuiscono tanto a delimitare lo spazio interno del quadro quanto a suggerirne il suo superamento;

5)     l’espediente del Disco di Poincaré viene usato in composizioni globulari dalla geometria iperbolica simili a granuli tassellati di architetture le cui figure sempre più piccole si susseguono all’infinito fino al bordo esterno del disco. In questo modo la metrica -dimensionale dei globi non è quella standard euclidea ma è definita in modo differente, così che il bordo appare in realtà estendersi all’infinito (serie delle Metromorphosys).

“Io domando all’arte di farmi sfuggire dalla società degli uomini per introdurmi in un’altra società” ha scritto Claude Levi-Strauss. Anche le opere di Fabio Giampietro, che sembrano rispondere a queste leggi geometriche e fisiche destabilizzanti, eludono la società degli uomini, nel senso che non sono utili come un prodotto, non reclamizzano un servizio, né tanto meno fotografano la realtà. Eppure esse non vi sfuggono del tutto: sono radicate nei topoi della realtà ed è proprio attraverso di essi che cercano di aprirsi un varco per introdursi in un altra, superiore dimensione.

Ecco quindi la paradossale distanza posseduta dalle immagini create dall’artista: sono visioni evocate, e mai semplicemente riprodotte; in esse la vita reale risuona come un’eco lontana, e la tensione al movimento che vi si avverte non riguarda tanto il percorrere una distanza reale quanto la vertigine del dubbio, della ricerca, della capacità di provare stupore, della posizione dell’artista che non rivendica un solo ruolo ma riesce a muoversi in molti di essi, facendo giocare insieme i propri fantasmi individuali e quelli della collettività, le proprie mitologie personali e quelle condivise, transculturali e archetipiche.

E’ lo stesso impianto compositivo dell’immagine a possedere in sé l’idea dell’accelerazione e dello spostamento, con accenti che si rifanno liberamente alla veduta iperbolica e contratta di “Incuneandosi nell’abitato” di Tullio Crali (1929) o che richiamano le trame progettuali dei disegni di architettura di Antonio Sant’Elia, spingendosi persino ad evocare la potenza di certe visioni di Metropolis di Fritz Lang. I luoghi diventano così paesaggi mentali, metafore e protesi della corporeità, acceleratori di energie, super-connettori di esperienze, vettori privilegiati di allucinazioni urbanizzate e dei possibili crocevia dell’esistenza di chi abita il mondo contemporaneo.

Resta a ciascuno di noi la scelta del suo sogno più entusiasmante o del suo peggior incubo.



23.09.2013
art and the city
20.10.2013
Metametropoli, sogno o incubo? La nuova mostra di Fabio Giampietro-MENTELOCALE

La personale alla IFD research gallery. Città reali fatte di palazzi. Che si trasformano sotto la mano dell’artista. E la campagna non esiste più…



31.05.2013
Grattacieli: i quadri di Fabio Giampietro: la vertigine è nei dipinti

Guardare un quadro di Fabio Giampietro, 39enne artista milanese, costituisce un’esperienza adrenalinica: sembra quasi di essere in caduta libera tra i grattacieli disegnati ad olio su tela.
Pier Luigi Pisa, L’Huffington Post



24.05.2013
MY MODERN MET articolo sulle serie Vertigo e 24h

Vertigo Inducing Paintings by Fabio Giampietro.
Vertigo is a series of paintings by Milan-based artist Fabio Giampietro of an urban landscape seen from a dizzying height. The vertigo inducing perspective is presented as a monochromatic, often sepia-toned, image with the brilliantly composed lines of the surrounding architecture centering in on a comparatively small patch of concrete ground. In this manner, the images give the sense of free falling.



03.06.2013
Architizer News

Acrophobes, Beware! These Paintings Will Give You Vertigo
With countless supertall structures spontaneously springing up, our world has gained some seriously sky-high square footage. Looking down from these soaring skyscrapers surely causes peoples’ hearts to skip a few beats. And while we admire those bold photographers scaling tall towers to capture the dizzying views from the top, we’re thankful we’re not the ones dangling our legs over the ledge.



02.08.2013
TESTO DI MATTIA ZAPPILE

Fabio Giampietro è artista contemporaneo in senso assoluto. Il suo tempo è oggi, senza un passato da cui proiettare il nuovo pensiero, senza un’ origine in cui collocare le radici dell’essere umano. Molto giovane descrive sulle tele allucinazioni umane e contesti paradossali. I colori con ridondante parola ripropongono l’antinomia. Poi matura nuove visioni, senza mutare il pensiero e la tecnica. Sottrazione di olio su tela, ovvero scultura attraverso il colore che l’artista asporta per far affiorare l’immagine di un uomo solo perso nella moltitudine di megalopoli e grattacieli che sfiorano il divino senza cercarlo. Fabio Giampietro guarda, senza filtri o panacee. Soltanto quello sguardo che è il primo abbraccio dell’uomo al mondo. In uno sguardo si celebra l’incontro tra l’inerte materia oggettuale e lo slancio carico di intenzioni del gesto umano. L’immagine, che come la tela assorbe quegli impulsi tra loro lontani, li addensa in giochi di luce, colori e figure. Tracce casuali appoggiate su di una lastra fotosensibile diventano racconto e memoria, vaso senza fondo ogni volta pronto a rievocare un ricordo, un sapore, un pensiero. Le immagini archetipe da cui l’arte di Fabio Giampietro si mette in cammino sono grandi ruote nel cielo: Coney Island, con le sue architetture sperimentali e vertiginose e le luci di un immenso, onirico Wonder Why. Le impalcature che reggono le giostre del luna park americano si trasformano presto nelle mura imponenti dei grattacieli affastellati di New York. Il luogo è ancora la terra dell’american dream, eppure queste tracce prospettiche bidimensionali nel reggere le pesanti vene in cemento che corrono verso il cielo, hanno l’inconsistenza della materia dei sogni. Le armature urbane di giostre e grattacieli si rivelano per l’inganno che sono, ombre di mostri contemporanei proiettate su tela da una mano sapiente. Come i pigmenti che la retina suggerisce al cervello, così le tracce di olio ingannano anziché rivelare, fingendosi per ciò di cui sono soltanto una traccia sbiadita. La resistenza della realtà, lo spessore del corpo, scivolano dalle mani non appena si cerca di catturarle, lasciando nient’altro che ricordi a colori. L’opera di Fabio Giampietro scandaglia lo spazio ed entra in quel luogo sospeso tra le maglie del tempo dove la realtà, il suo riflesso e la luce che lo anima si fondono andando a formare una nuova dimensione in cui prende vita l’arte. Dal suo osservatorio nel cielo, Giampietro si getta tra le arterie del pianeta uomo e le sintetizza in un teatro inciso su tela sul cui palcoscenico prendono forma i tragitti di personaggi invisibili. Nelle città, lungo le strade che Giampietro scolpisce sul quadro, regna il silenzio che avvolge il sogno. Deserto urbano disabitato, urlo di assenza che plasma una grande figura umana non percepita dall’occhio ma di cui trasuda ogni atomo di cemento. La vita che l’artista non ha dipinto si staglia sulle pareti di ogni palazzo poiché è la materia di cui sono fatti. Così, quel soffocante senso di claustrofobia che paradossalmente prende l’osservatore di queste architetture infilzate nel cielo, si spiega prendendo coscienza della prigione in cui sono rinchiusi i respiri dell’uomo, soffocati dentro ossa di calcestruzzo.

Le opere dell’ultima serie dipinte da Giampietro introducono infine l’elemento mancante, il tassello che riempie l’ultimo antro: dietro ai palazzi, prima della soglia in cui l’immagine si fonde con la realtà, sta la sorgente della luce e insieme l’occhio che la registra. Gli interni che l’artista ci mostra, serializzazioni di un unico dove, sono il punto zero di quel mondo, regno di una interiorità spazializzata come finestra su una città che è sempre altra da sé. Dotato del potere dell’ubiquità, in un tempio dove le distanze di luoghi e tempi perdono ogni significato, l’interno del palazzo è la traccia lasciata sulla fotografia dallo sguardo di un occhio. Oltre, si entra nella terra dell’uomo contemporaneo, in cui l’oggetto e la sua rappresentazione sono le facce di una stessa medaglia. Suggestioni cinematografiche, letterarie, iconiche, flashback mnemonici, le sagome di Parigi e Milano, di Shangai e New York, scontri di input organicamente diversi sono in realtà le vie nella quali cammina oggi l’essere umano. Virtualità, fuga postmoderna, culturalizzazione della percezione, sono parole scivolose che tentano di descrivere quello che le tele di Fabio Giampietro mostrano con una evidenza che spiazza l’osservatore. Cadendo dai palazzi che popolano le opere dell’artista, ci si tuffa in un pericoloso buco nero oltre il quale ci siamo noi stessi che camminiamo su un sentiero grigio ocra, perdutamente soli.



02.08.2012
Fabio Giampietro a Raitunes

Breve estratto della performance live di Fabio Giampietro a RaiTunes.
GUARDA IL VIDEO



12.04.2012
ENDE NEU

di Paola Verde

L´estetica del nuovo sublime ci porta a contemplare scenari di attraente solitudine di fronte alle rovine del futuro che si stratificano sulle macerie del passato.
Così sono le Città rappresentate da Fabio Giampietro, Alberto Ponticelli, Vins Grosso e da Paola Verde, un fermo immagine all’ interno di un viaggio attraverso di esse, in un ribaltamento percettivo così potente da sradicare la tradizionale percezione geometrica della realtà urbana.
Olio su tela di grandi dimensioni, fotografie ed elaborazioni digitali, tavole di fumetti fino al dettaglio della cornice della vignetta: da qui si diramano metropoli frattali, città invisibili e prospettive vertiginose. Alcune sembrano uscire dal margine, impossessandosi dello spazio circostante. Non esiste più il territorio, è l’architettura che lo modella come un fluido.
In queste Metropoli del Nuovo Millennio qualunque luogo è immerso in un continuum di cui esso è al tempo stesso fulcro e satellite. Le loro strutture sono molto simili a quella della rete: la città è un brodo primordiale di informazioni che si svelano nel momento in cui ci si arresta e si cerca una logica, accorgendosi che ci si sta perdendo in esse senza cristallizzarsi in una oggettività urbana ma dinamizzandosi in un’infinità di soluzioni possibili e altrettanto verosimili.
Il paesaggio non è che un flusso di informazioni continuo, dinamico, vertiginosamente in bilico tra lo stabile e l’ instabile. Non ci si sposta di Zona a Zona, bensì si entra in un circuito che si perpetra in ogni luogo in maniera assolutamente trasversale: ormai lontana dalle logiche cartesiane, radicate nella sua ortogonalità, la Città Continua ha matrice frattale e si sviluppa secondo direttrici di pensiero, sfruttando la quarta dimensione, il Tempo.
Ed è proprio il Tempo il padrone indiscusso di questi luoghi. Il tempo che sgretola, arrugginisce, logora, creando un anello di congiunzione tra passato e futuro prossimo, catapultandoci attraverso epoche fino a intravedere il destino estremo di queste Metropoli in evoluzione, nella loro crescita senza sosta fino all’ implosione.
Ende Neu, che significa “Nuova Fine” in lingua tedesca e’ una riflessione sulle città del terzo millennio, paesaggi dove l’ uomo e’ scomparso, quando il futuro raccontato nei libri e nella filmografia cyberpunk e di fantascienza e’ già diventato un passato lontano e resta solo il desiderio di rimanere sospesi a contemplare questi luoghi o di lasciarsi andare, precipitando all’ interno di essi.



05.02.2011
Fabio Giampietro / Troilo. Magnetismi di Francesca Di Giorgio

Li abbiamo incontrati tempo fa tra le pagine di Espoarte, invitati a rispondere ognuno sul proprio lavoro. Ora li troviamo assieme, da Spazio Testoni (Bologna), uniti, per la prima volta, da Alberto Mattia Martini in una bi-personale, in corso fino al 26 febbraio.Le metromorfosidi Fabio Giampietro incontrano da vicino i “ritratti” di Troilo. Una convivenza per niente forzata, anzi maturata come energia attrattiva e irresistibile, che li avvicina e li distingue l’un l’altro sul territorio comune di una pittura intensa e satura di vita. Le città di Giampietro e gli uomini di Troilo parlano la stessa lingua, una koinécontemporanea a colloquio tra due poli che gravitano intorno all’unico perno di chi guarda, risponde, traduce, partecipa e si trasforma…



02.08.2013
Testo di Alessandra Lucia Coruzzi


17.02.2010
Fabio Giampietro. Metromorfosi

Fabio Giampietro (1974) vive e lavora a Milano. Per lui non è solo una generica nota biografica per lui che, dalle metropoli e loro strutture, trae genio illimitato. Potrete leggere sul numero 64 (Espoarte/aprile-maggio) – nell’intervista a cura di Emanuele Beluffi – le origini del suo lavoro e l’evoluzione che non si può eludere.
Qui, ed ora, si parla del contingente, del suo nuovo progetto in galleria da Fabbrica Eos, Milano…



05.07.2010
VECO magazine
05.06.2011
Intervista di Emanuele Beluffi


05.06.2010
Testo di A.M. Martini

Fabio Giampietro è artista contemporaneo in senso assoluto. Il suo tempo è oggi, senza un passato da cui proiettare il nuovo pensiero, senza un’ origine in cui collocare le radici dell’essere umano. Molto giovane descrive sulle tele allucinazioni umane e contesti paradossali. I colori con ridondante parola ripropongono l’antinomia. Poi matura nuove visioni, senza mutare il pensiero e la tecnica. Sottrazione di olio su tela, ovvero scultura attraverso il colore che l’artista asporta per far affiorare l’immagine di un uomo solo perso nella moltitudine di megalopoli e grattacieli che sfiorano il divino senza cercarlo. Fabio Giampietro guarda, senza filtri o panacee. Soltanto quello sguardo che è il primo abbraccio dell’uomo al mondo. In uno sguardo si celebra l’incontro tra l’inerte materia oggettuale e lo slancio carico di intenzioni del gesto umano. L’immagine, che come la tela assorbe quegli impulsi tra loro lontani, li addensa in giochi di luce, colori e figure. Tracce casuali appoggiate su di una lastra fotosensibile diventano racconto e memoria, vaso senza fondo ogni volta pronto a rievocare un ricordo, un sapore, un pensiero. Le immagini archetipe da cui l’arte di Fabio Giampietro si mette in cammino sono grandi ruote nel cielo: Coney Island, con le sue architetture sperimentali e vertiginose e le luci di un immenso, onirico Wonder Why. Le impalcature che reggono le giostre del luna park americano si trasformano presto nelle mura imponenti dei grattacieli affastellati di New York. Il luogo è ancora la terra dell’american dream, eppure queste tracce prospettiche bidimensionali nel reggere le pesanti vene in cemento che corrono verso il cielo, hanno l’inconsistenza della materia dei sogni. Le armature urbane di giostre e grattacieli si rivelano per l’inganno che sono, ombre di mostri contemporanei proiettate su tela da una mano sapiente. Come i pigmenti che la retina suggerisce al cervello, così le tracce di olio ingannano anziché rivelare, fingendosi per ciò di cui sono soltanto una traccia sbiadita. La resistenza della realtà, lo spessore del corpo, scivolano dalle mani non appena si cerca di catturarle, lasciando nient’altro che ricordi a colori. L’opera di Fabio Giampietro scandaglia lo spazio ed entra in quel luogo sospeso tra le maglie del tempo dove la realtà, il suo riflesso e la luce che lo anima si fondono andando a formare una nuova dimensione in cui prende vita l’arte. Dal suo osservatorio nel cielo, Giampietro si getta tra le arterie del pianeta uomo e le sintetizza in un teatro inciso su tela sul cui palcoscenico prendono forma i tragitti di personaggi invisibili. Nelle città, lungo le strade che Giampietro scolpisce sul quadro, regna il silenzio che avvolge il sogno. Deserto urbano disabitato, urlo di assenza che plasma una grande figura umana non percepita dall’occhio ma di cui trasuda ogni atomo di cemento. La vita che l’artista non ha dipinto si staglia sulle pareti di ogni palazzo poiché è la materia di cui sono fatti. Così, quel soffocante senso di claustrofobia che paradossalmente prende l’osservatore di queste architetture infilzate nel cielo, si spiega prendendo coscienza della prigione in cui sono rinchiusi i respiri dell’uomo, soffocati dentro ossa di calcestruzzo.

Le opere dell’ultima serie dipinte da Giampietro introducono infine l’elemento mancante, il tassello che riempie l’ultimo antro: dietro ai palazzi, prima della soglia in cui l’immagine si fonde con la realtà, sta la sorgente della luce e insieme l’occhio che la registra. Gli interni che l’artista ci mostra, serializzazioni di un unico dove, sono il punto zero di quel mondo, regno di una interiorità spazializzata come finestra su una città che è sempre altra da sé. Dotato del potere dell’ubiquità, in un tempio dove le distanze di luoghi e tempi perdono ogni significato, l’interno del palazzo è la traccia lasciata sulla fotografia dallo sguardo di un occhio. Oltre, si entra nella terra dell’uomo contemporaneo, in cui l’oggetto e la sua rappresentazione sono le facce di una stessa medaglia. Suggestioni cinematografiche, letterarie, iconiche, flashback mnemonici, le sagome di Parigi e Milano, di Shangai e New York, scontri di input organicamente diversi sono in realtà le vie nella quali cammina oggi l’essere umano. Virtualità, fuga postmoderna, culturalizzazione della percezione, sono parole scivolose che tentano di descrivere quello che le tele di Fabio Giampietro mostrano con una evidenza che spiazza l’osservatore. Cadendo dai palazzi che popolano le opere dell’artista, ci si tuffa in un pericoloso buco nero oltre il quale ci siamo noi stessi che camminiamo su un sentiero grigio ocra, perdutamente soli.



02.08.2013
testo di maurizio sciaccalugA


05.03.2009
Fabio Giampietro. Intervista Esclusiva di Stefano Bianchi

Vertigini . E magari, ti metti a riavvolgere col pensiero la pellicola di Vertigo . Hitchcockiana memoria. E se vuoi, somatizzi i voli a planare sulla megalopoli di  Blade Runner  per poi restare appeso, come  Harold Lloyd , alla lancetta dell’orologio di un grattacielo. Muto come un film muto. Vertigini su tela. Seppiate. Dipinte da  Fabio Giampietro , classe  1974 . Le osservi e ci cadi dentro. Ti aggrappi all’orlo dei palazzi che bucano il cielo, al dinamismo riflessivo di quelle pennellate.